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05 dicembre 2011

Monti o dell’ovvietà

Ma davvero, insieme al perbenista di sinistra dell’editoriale l’Espresso Michele Serra, vi siete stupiti alla notizia che il premier Mario Monti andrà a illustrare il suo programma agli italiani in quel di Porta a porta, il salotto televisivo di Bruno Vespa reso infrequentabile dall’aver ospitato le più scandalose marchette da regime?

Allora vuol dire che vi siete bevuti le storielle propalate a tutto spiano dalla stampa controllata da Carlo De Benedetti (appunto, il Gruppo l’Espresso) per cui, sotto la corazza del severo conservatore, il cuore dell’economista varesino pulserebbe di inconfessati afflati progressisti. Impagabile la manovra giornalistica per far figurare Monti come l’allievo prediletto di James Tobin, lo studioso di Yale premio Nobel 1981, autore di una proposta di tassazione delle transazioni internazionali diventata il cavallo di battaglia dell’organizzazione Altermondialista. Proprio lui, intellettuale organico alla sacralizzazione dei cosiddetti Mercati (la finanza incontrollata, libera di andare a far danni dove più e meglio le aggrada), che una volta ebbe a dichiarare: «Di Poteri Forti non ne conosco». Candide o pervicace fiancheggiatore del mimetismo strategico di tali Poteri Forti, che nell’ombra danno il meglio di sé (come poi ci rendiamo conto, tardivamente, quando i loro accrocchi vengono alla luce)?

Un dubbio amletico che si chiarisce da solo, basta considerare il palmares montiano: presidente europeo della Trilateral (quella che già negli anni Settanta propugnava la tesi secondo cui il costo della democrazia non sarebbe più sostenibile per le economie occidentali avanzate), advisor di Goldman Sachs, affiliato a organizzazioni reazionarie dal nome ostrogoto.

Eppure Serra continua a disperarsi: le poltrone bianche di Vespa «rappresentano il primato del Palazzo sulla società». Ovvio: simboleggiano il mandato di tenere a bada le persone, impedendo loro di arrecare un qualche disturbo al manovratore. Ma questo va benissimo per un cultore dell’ovvio come Monti. Frequentatore di una cattedrale dell’ovvio quale l’università Bocconi. Difatti ne è stato a lungo preside. Come ovvie sono tutte le cure a cui – come ha ovviamente dichiarato – intende sottoporre il nostro Paese malato. In questo caso l’ovvietà è soltanto la declinazione di un acronimo dovuto a Noam Chomsky: Tina, non ci sono alternative (there is no alternative). Ed è ovvio che non ci siano alternative a precarizzare il lavoro, taglieggiare le pensioni o bastonare i sindacati se “è correttamente Tina” considerare intoccabili le primazie di censo, il privilegio plutocratico. Ovviamente cosmopolitico, nel senso che gli straricchi non hanno nazionalità, appartengono al club degli abbienti. Cui era – ancora una volta – ovvio che un medio borghese di provincia ambisse appartenere, visto che tutta la sua carriera di successo si è svolta all’insegna di questa domanda di cooptazione nel supremo paradiso dell’ovvietà pelosa.

Ovvio l’atteggiamento di condiscendente distacco tendente all’algido. Che fa tanto dama della san Vincenzo. Ovvio sostituire alla bulimia fragorosa del predecessore la propria anemica e composta compiacenza. Per fare che cosa? Le stesse cose che avrebbe fatto l’altro, ma avvolte nel cellofan di uno stile glaciale.

Di fatto, una questione di stile. E quello del medio borghese che punta in alto alla Monti è ovviamente stile British; anche perché questo è l’ovvio modello di riferimento novecentesco, rappresentato dall’upper class britannica.

Ma è anche ovvio che da un personaggio sul “tacchino freddo” (era il soprannome di un calciatore dell’Inter anni Sessanta: il centravanti comò Eddie Firmani, di origine italo-sudafricana) non possiamo attenderci la promozione dello sviluppo sociale o scelte di democrazia inclusiva. Perché non sarebbero coerenti con la scelta di posizionarsi stabilmente nel campo dell’ovvio. Un rischio troppo grande per un distinto signore in grigio; che – probabilmente – considera il massimo della spensieratezza anticonformista calzare (ovviamente, una volta ogni tanto e in occasioni assolutamente informali) scarpe di colore marroncino.

di Pierfranco Pellizzetti | 4 dicembre 2011

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